"Giovanni e il mito impossibile delle arti visive" di Gabriele Gismondi

PREMIO MENZIONE SPECIALE DELLA GIURIA

Un fotogramma del filmato

La menzione speciale della giuria viene assegnata all’opera del duo palermitano quale riconoscimento ad un lavoro capace di offrire allo spettatore un piccolo ma preciso affresco che descrive, senza giudicare, una realtà sorprendente.
Gibellina è città monumento, ma anche città che vuole essere cantiere permanente, protagonista di un’accelerazione socio-culturale che non può che lacerare. Si è deciso di donare il superfluo ad una terra da secoli abituata a disputarsi il necessario e tuttavia incline per natura al barocchismo ed all’accumulo. Gibellina è un’ utopia come i sogni letterari di Campanella e Moore, uno scarto in avanti, una scommessa il cui esito conferma quanto sia delicato coniugare arte con sviluppo urbano.
Il paese arcaico è il luogo della socialità, della comunione dei destini, dell’interdipendenza. L’arte viceversa è tra le manifestazioni più intense di individualismo che l’uomo conosca. Questo non significa che non vi possa essere arte sociale, ma è necessario anteporre solide basi culturali condivise. Da ciò l’impressione di una città senza cittadini.
Una contraddizione, questa è forse soprattutto Gibellina. Una città che segna l’ora di un campanile nuovo eppure già fermo.
E’ la condizione del pittore dinanzi la tela bianca. Una straordinaria ed irripetibile occasione per essere Creatori.
Giovanni in questo viaggio è una guida preziosa, la serenità nell’accettare la tragedia lo rende per certi versi un personaggio al di sopra della realtà contingente, un Virgilio prigioniero di un Limbo dove è rimasta rinchiusa la sua precedente esistenza e che non ha mai saputo o potuto entrare del tutto in questa nuova dimensione. Di Maggio e Gismondi hanno saputo spremere sapientemente ciò che di comico e malinconico Giovanni aveva da offrire, ricordandoci i migliori esempi di iperrealismo surreale (ancora contraddizioni) di Ciprì e Maresco.
Le parole più dolci la nostra guida le conserva per il suo passato, tra i vicoli ricalcati dall’enorme lenzuolo di cemento che ricopre la città vecchia. Questa è infatti forse l’unica opera di cui riesce a condividere pienamente il significato, quello di velo mortuario necessario al pudore che la morte merita.