Pac, The Man di Niccolò Castelli

PREMIO PER LA MIGLIORE COLONNA SONORA ORIGINALE

Il pubblico in sala

Nel motivare l’assegnazione del premio alla miglior colonna sonora originale all’opera di Castelli si dovrà valutare preliminarmente lo sposalizio tra mondo visivo e sonoro.
L’ambientazione del corto, trionfalmente legata ad un decennio, l’ottanta, è resa vivida da una coerente e complementare stesura di testo musicale, concettuale e visivo.
I rimandi inevitabili vanno ai profeti dell’elettronica mitteleuropea, in particolare all’opera di formazioni come Kraftwerk, la cui titolistica abbraccia a pieno la sostanza del corto. Lavori come “Man Machine” o “Computer World”, sembrano suggerire alternative efficaci al pur felicissimo rimando alla mitologia del video games.
L’area dell’udibile regge splendidamente in maniera autonoma, pur identificandosi come complemento necessario alla struttura filmica. In questo senso il lavoro ascrivibile ad Alessandro Broggini ha valenza (anche) autoreferenziale, pur procedendo chiaramente in maniera parallela allo sviluppo grafico-visivo. La colonna sonora è qui polivalente nella sua dimensione strumentale e compositiva grazie alla quale può reggere come oggetto d’analisi su differenti piani dell’esperienza filmica. I meriti del regista-autore infatti restano ben visibili (ed udibili) nel pregevole sodalizio ritmico tra traccia sonora e montaggio visivo.
Non è un film di parola, volutamente relegata ad un secondo ordine d’importanza, è viceversa un film d’immagine e di tesi. Una tesi chiara e ben calibrata alle esigenze della narrazione, specie nel formato breve. In quest’ottica la stampella musicale si fa protagonista e portatrice paritaria dell’istanza concettuale della sceneggiatura. I rimandi esclusivamente musicali ad una visionarietà tipica dell’estetica dell’uomo macchina di kraftwerkiana memoria uniti al contrappunto iperreale della macchina da presa, fanno preferire Pac, The Man quale ottimo esempio di favolistica didascalica postmoderna.